IL SANTUARIO DEI MIRACOLI

La facciata ospitò fino al XVI secolo l’immagine miracolosa: nel 1581 fu spostata sull’altare maggiore
La facciata ospitò fino al XVI secolo l’immagine miracolosa: nel 1581 fu spostata sull’altare maggiore

Filippo Pelabrocchi è un uomo comune del XV secolo: vive nel quartiere di San Nazaro e, come ogni altro cittadino dell’epoca, combatte contro la misteriosa e infida piaga della peste che, dal 1478, affligge la comunità bresciana. Ma è un altro mistero a rivoluzionare la sua esistenza perché da qualche tempo, superata l’epidemia, un bagno di folla si riversa quotidianamente sotto casa sua. Tutti hanno gli occhi puntati verso l’alto, a metà muro, e sembrano fiammelle scosse dall’impeto della fede, fuochi che neanche anni di malattia hanno potuto spegnere. Da lì un’immagine dipinta della Beata Vergine svetta su tutti quegli sguardi provati, tanto decisa a elargire i miracoli che il popolo richiedeva dopo un periodo tanto doloroso. «NON DI SOLO pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»: i miracoli avvennero e il comune fu dunque costretto prima a erigere una cappella in loco, nel 1487, poi a trasformare la casa di Filippo in una vera e propria chiesa dedicata a Santa Maria dei Miracoli. La sua facciata è ritenuta la migliore espressione di chiesa rinascimentale di Brescia: croci e candelabri, cherubini e fiaccole, cornucopie e leoni rampanti, tralci di vite e uccelli, serpenti e spighe, frutta e fiori circondano il luogo dove, fino al 1581, si trovava l’immagine miracolosa, componendo una sorta di magnifico ed elaboratissimo giardino dell’Eden in marmo di Botticino. Tutto questo ben di Dio iconografico potrebbe essere stato suggerito agli architetti, gli stessi della Loggia, dalle bellissime illustrazioni di uno dei primi libri stampati a Venezia nel 1499 dal celebre tipografo Aldo Manuzio: il «Combattimento amoroso di Polifilo in sogno», di Francesco Colonna, che è aperto da un breve componimento in versi di un autore minore bresciano, Andrea Marone. Ai margini di questo giardino di pietra soggiornano due statue del Calegari, poste sopra gli accessi al santuario: al pari di due pastori a guardia del gregge sembrano lanciare dall’alto i loro sguardi sulla folla che, in origine, riempiva la via. A differenza delle chiese comuni questa è pensata per raccogliere e concentrare le sue bellezze sulla facciata, pensata come un enorme polittico con, al centro, l’immagine venerabile. Ma oggi la folla adorante non sosta più lungo corso Martiri della Libertà, le nicchie che una volta ospitavano le sculture sono ora semilune grigie e deserte, il marmo bianco originariamente lucente veste adesso i panni anneriti di una vedova che si è vista strappare dalle braccia il dipinto che ha fatto la fortuna della chiesa. L’INTERNO di Santa Maria dei Miracoli presenta un raro impianto a pianta quadrata, tipico del periodo del Rinascimento per via della sua simmetria razionale e dei risvolti simbolici legati al cerchio, perfettamente inscrivibile in questa figura geometrica. Ben quattro cupole sovrastano la struttura, portavoce ingombranti dell’universalità geografica (i quattro punti cardinali, i quattro elementi, le quattro stagioni) che ricalca l’universalità iconografica che cesella la parte più antica della facciata. Ancora, in questa chiesa quattro dipinti decorano il presbiterio-anticamera che conduce alla Sacra Immagine collocata al centro dell’abside: sono le quattro gigantesche tele dipinte da Pier Maria Bagnadore, autore anche del progetto della fontana della Pallata, Tommaso Bona, Pietro Marone e Grazio Cossali. Da lì Maria, con il suo bambino, domina la chiesa tenendo sempre d’occhio le spalle della sua precedente dimora: è stato forse l’ultimo dei suoi miracoli ad aver permesso che, sotto i bombardamenti del 1945, la facciata fosse l’unica parte del santuario a non essere stata danneggiata. •

Chiara Comensoli