il personaggio

Mario Cecchi Gori, oltre 200 pellicole e una carriera da incorniciare

di Chiara Comensoli
La strada spianata dal capolavoro «Il sorpasso», 600 miliardi di vecchie lire al botteghino Una platea di 300 milioni di spettatori dall'Italia fino all'America, l'Oscar a «Mediterraneo»
Mario Cecchi Gori con Vittorio:  padre e figlio, imprenditori in tandem
Mario Cecchi Gori con Vittorio: padre e figlio, imprenditori in tandem
Mario Cecchi Gori con Vittorio:  padre e figlio, imprenditori in tandem
Mario Cecchi Gori con Vittorio: padre e figlio, imprenditori in tandem

Duecento le pellicole cinematografiche prodotte dal 1957, un incasso reale nel tempo stimato intorno ai 600 miliardi delle vecchie lire, una platea di circa 300 milioni di spettatori che, dall’Italia all’America, si dispiegava davanti allo schermo per veder srotolare le scene dei celeberrimi film finanziati da uno dei maggiori produttori italiani del cinema. La sua, quella di Mario Cecchi Gori, era effettivamente una carriera da sogno americano. Nato a Brescia nel 1920, nell’immediato primo Dopoguerra, iniziò la propria vita lavorativa come agente di borsa londinese.

Da Londra a Roma: Mario Cecchi Gori agente di borsa, autista e produttore

Nella bella Roma Cecchi Gori approdò negli anni ’50: quella calcata, allora, dai passi sognanti di Nando Mericoni («Un americano a Roma»), scossa dagli scorni amorosi tra Romolo e Salvatore («Poveri ma belli»), resa vigile dalle furfanterie di Cosimo e del Capannelle («I soliti ignoti»).

Fra le innumerevoli trame cinematografiche che si svolgevano attorno ad una rovina romana e l’altra, immerse nel verace ronzare delle Vespe e aleggianti nel profumo dei maccheroni, Mario Cecchi Gori tentò la sorte procacciandosi un lavoro da autista, conducendo in questo fantabolante set cinematografico in ascesa i già famosi Dino De Laurentiis e Vittorio De Sica.

Passarono pochi anni e l’autista si mise in proprio e fondò un impero di produzione: un sogno americano, si, ma spettacolare e ambizioso. Il boom dell’economia del Bel Paese tese la mano a quello del cinema italiano: figlia del tempo allegro e spensierato della prosperità è la commedia all’italiana, un genere che deve molto al produttore bresciano, che l’ha tenuta a battesimo.

Dagli anni Sessanta a "Il Postino":  il percorso del produttore Cecchi Gori

La storia del cinema prodotto da Mario Cecchi Gori cominciò con «Il sorpasso» e «I mostri» di Dino Risi. Attraversò gli anni ’60 e la loro promessa di ricchezza finanziando «L’armata Brancaleone» (Mario Monicelli) e «Sissignore» (Ugo Tognazzi); i ’70 con la competizione irragionevole tra Bud Spencer e Terence Hill in «…Altrimenti ci arrabbiamo!» (Marcello Fondato); gli ’80 con l’amore bugiardo di Nadia e Sergio in «Borotalco», le vite artificiali dei personaggi di «Compagni di scuola» (Carlo Verdone) e la scanzonatura inetta di «Fantozzi» (Neri Parenti).

I ’90 con l’inquietudine postmoderna de «La voce della luna» (Federico Fellini), la disillusione amorosa di «Pensavo fosse amore… invece era un calesse» (Massimo Troisi) e quella socio-politica del premio Oscar «Mediterraneo» (Gabriele Salvatores), l’arrendevolezza davanti ai tempi difficili del presente italiano de «Io speriamo che me la cavo» (Lina Wertmüller), la malinconia e l’isolamento de «Il postino» (Michael Redford).

Oltre 200 film all'attivo per il produttore scomparso nel 1993 

Cecchi Gori, che spesso privilegiò il «cinema d’attore» a quello «d’autore», lavorò con Vittorio Gassman, Carlo Vanzina, Ettore Scola, Mario Monicelli, Christian De Sica, Giuseppe Tornatore e Dario Argento. Giganti passati dalla sua scuderia di eccellenza. Il suo fiuto per gli incassi al botteghino (ma anche per quelli lontani dall’ambito cinematografico) - eccettuato il flop, negli anni ’80, del film «Attila flagello di Dio» di Castellano e Pipolo - gli procurò 7 David di Donatello e un Nastro D’Argento, la presidenza - dal 1990 - del club calcistico della Fiorentina (nel ’93 gli è subentrato il figlio Vittorio), lo sbarco nella prima pay-tv del Paese e la costituzione della Penta Film - a seguito di un accordo con la Silvio Berlusconi Communications. Il sogno americano coltivato da Mario Cecchi Gori non aveva fine.

 

Si concluse solo con la sua morte: nella bella Roma degli anni ‘90, quella degli scorci autentici catturati dalla Vespa di Nanni Moretti in «Caro diario» - Capitolo I: «In vespa» - e quella appena lambita dalla scrutante macchina da presa di Anthony Minghella («Il talento di Mr. Ripley»), Mario Cecchi Gori fu stroncato da un infarto. La sua vita si concluse con un altro, l’ultimo, numero eclatante: in Santa Croce, a Firenze, furono in 25 mila a dargli l’ultimo saluto.•. © RIPRODUZIONE RISERVATA