«STRAORDINARIO»

Gli aiuti a cascata e l'eredità di Draghi

di Antonio Troise

Per essere un governo che ha imboccato da tempo la strada delle dimissioni e che è rimasto in carica solo per il «disbrigo degli affari correnti», c’è da dire che, soprattutto nelle ultime settimane, di ordinario nella sua attività c’è stato ben poco. Anzi. Basta considerare, il decreto Aiuti bis appena licenziato dal Parlamento e quello «ter» che potrebbe approdare a Palazzo Chigi già oggi. Due pacchetti di misure e sostegni per famiglie e imprese che sfiorano i 30 miliardi, in pratica la dote che, in altri tempi e con un governo pienamente in carica, sarebbe stata assorbita da una legge Finanziaria. E non basta. Perché alcuni leader politici, a cominciare da Lega e M5s, avrebbero voluto anche qualcosa in più, chiedendo all’esecutivo di andare oltre, sforando ancora una volta il deficit. Poco importa se poi questo «scostamento» di bilancio avrebbe in qualche maniera tolto risorse al prossimo esecutivo, quello che entrerà in carica fra un mese circa. La verità è che in tempi «straordinari» non c’è spazio per una gestione «ordinaria» della cosa pubblica. Il gas continua a costare follie, le imprese chiudono perché non riescono a sostenere i costi di energia e materie prime, le famiglie tirano la cinghia per pagare le bollette: non c’è tregua che tenga. Il premier, Mario Draghi non si è sottratto a questo sforzo ulteriore. Limitandosi solo a rimandare al mittente le richieste di un nuovo scostamento di bilancio, un’operazione che obiettivamente può fare solo un esecutivo nella pienezza dei suoi poteri e non un governo a un passo dall’addio. È chiaro a tutti, però, che le misure messe in campo finora, nonostante l’ingente quantità di risorse assorbita, sono del tutto insufficienti per fare fronte alla più grave crisi economica degli ultimi venti anni. Una crisi che deve essere affrontata, per le sue dimensioni, da tutta l’Europa e non dai singoli Paesi. Ma questo non significa che dobbiamo affidare il nostro destino solo nelle mani di Bruxelles. Il prossimo esecutivo, qualsiasi sia il suo colore, dovrà dimostrare di saper spendere quell’ingente mole di risorse affidata al Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza che il governo Draghi ha solo avviato. Un tesoro di oltre 220 miliardi che potrebbe svolgere un ruolo chiave per mettere in sicurezza il Paese e, soprattutto, avviarlo sul sentiero della crescita. L’ex presidente della Bce, considerata anche l’alchimia politica che ha tenuto insieme il suo governo di unità nazionale, probabilmente di più non poteva oggettivamente fare. Ma l’eredità che lascia ai suoi successori, non può e non deve andare dispersa. Sarebbe un grave errore ricominciare tutto da zero. Un lusso che non ci possiamo consentire in un periodo così «straordinario».