LE DUE VIE

Il cammino dell'Italia è la posta in gioco

di Federico Guiglia

Per Mario Draghi è arrivata l’ora della scelta: oggi parla al Senato e domani interviene alla Camera. Ma anche se la sua richiesta di una fiducia all’insegna dell’unità nazionale in Parlamento è diventata più ingarbugliata di una settimana fa, cioè di quando la pose come condizione per continuare, ora per lui appare più arduo abbandonare la tolda di comando mentre la nave va. E non in senso metaforico, come testimonia l’accordo appena firmato con l’Algeria per rafforzare l’indipendenza energetica dalla Russia in Italia e in Europa. Se si guarda alle divisioni nel M5s, dove non si esclude una seconda scissione dei riformisti dal massimalismo imperante, e si osservano le accuse che si scambiano Lega e Forza Italia da una parte col Pd dall’altra, la questione sarebbe chiusa. Al contrario delle aspettative draghiane, i partiti della coalizione litigano più di prima. Ripropongono ultimatum (Conte) o veti (Salvini e Berlusconi: sì al governo ma senza i cinquestelle). Insomma, c’è un ambientino di ripicche e di sirene pre-elettorali, di «me ne vado, o forse no». Un ambientino, scrivevamo, che dovrebbe indurre il già indignato Draghi alla rinuncia. Ma c'è un'altra indignazione, persino maggiore della sua. È quella che sale dal Paese, con decine di associazioni di categorie che implorano il premier del decisivo Piano nazionale di ripresa e resilienza, della grande campagna contro il Covid non ancora debellato, del sostegno a testa alta all'Ucraina invasa da Vladimir Putin a non mollare proprio adesso. È il Paese dell'appello dei mille e più sindaci di ogni colore politico a non lasciare un così importante lavoro a metà. È il Paese che l'Europa e il mondo hanno ritrovato al centro della politica internazionale, come dimostrano le dichiarazioni di Biden o Sánchez, le posizioni di Macron e molti altri perché Draghi resti al suo posto. C'è, infine, la silente consapevolezza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che non starà a guardare. La posta in gioco è alta: dare ragione a chi si tira fuori da un governo di unità nazionale perché non vuole il termovalorizzatore a Roma e altri strumentali pretesti. Oppure ridare vita al governo che governa e votare alla scadenza di primavera, con un'Italia che ha avviato le grandi riforme, approvato la legge di bilancio e rinforzato un ruolo geopolitico degno e dignitoso. Per Mario Draghi è una sfida senza alternative, se a guidarlo sarà l'interesse nazionale.