LUCI E OMBRE

Le diverse velocità e un paese da unire

di Davide Rossi

Lunedì c’è stato un vero e proprio bagno di folla per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, davanti a oltre settemila sindaci di piccoli Comuni provenienti da tutta la Penisola, li ha definiti la vera ossatura istituzionale del Paese, motivo per cui «non ci rassegniamo all’idea che ci siano cittadini, territori e servizi di serie A e di serie B». Il riferimento, non troppo celato, era indirizzato al disegno di legge sulle disposizioni per l’attuazione dell’Autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, che ha iniziato a circolare dalla mattinata di ieri. Molti sono i primi spunti già emersi: dal coinvolgimento del Parlamento, che riacquista un ruolo centrale in un processo che lo aveva visto pressoché escluso, alla partecipazione – oltre al ministero dell’Economia e della Finanza – dei dicasteri competenti per singola materia, quindi alla compartecipazione della Conferenza unificata, organo permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome con cui favorire la cooperazione tra l'attività statale e il sistema delle autonomie. In questo senso lo Stato può accordarsi – per una durata non superiore ai dieci anni – con le Regioni per attribuire funzioni su determinate materie, tra cui in primis sanità, istruzione e ambiente. Altro capitolo nodale è quello relativo alle verifiche sull’attuazione di questo decentramento, vero termometro dell’eventuale guadagno di efficienza oggi sperato, cercando di valutare e contemperare sia il risparmio economico che la garanzia del raggiungimento dei livelli essenziali delle prestazioni. L’idea di poter accarezzare la realizzazione di un percorso di autonomia che la Lega – sia a livello centrale ma ancor più regionale – sta sostenendo da decenni, apre a scenari differenti da quelli che i Costituenti avevano disegnato, dove il modello di regionalismo previsto aveva un segno solidale e meno competitivo. Il timore della premier Meloni è quello di aumentare le asimmetrie territoriali, quando invece la Commissione europea chiede di spendere i fondi di coesione, in percentuali prefissate e ampie nel Mezzogiorno, proprio al fine di eliminare gli squilibri già esistenti. L’altra difficoltà che si palesa alla maggioranza è legata alla diversa velocità che, a questo punto, prenderebbe il nuovo progetto regionalistico a scapito di quello presidenzialistico, più vicino alla sensibilità di Fratelli d’Italia. Senza dimenticare che pure le riforme in tema di giustizia – al centro dell’agenda politica della scorsa settimana – necessitano di un passaggio di modifica del testo costituzionale. Appare quindi necessario cercare qualche strumento – penso per esempio a una Commissione bicamerale, con tutti i problemi politici che nel passato un organismo simile ha creato – che sappia gestire all’unisono tutte queste spinte riformatrici, che possono coesistere e anche funzionare assieme, ma abbisognano di essere armonizzate e messe a sistema, offrendo un vestito più adatto a una architettura istituzionale che risente sempre più dei 75 anni che quest’anno compie la nostra Costituzione.