LA LEGA DIVISA

Salvini e Giorgetti, tregua armata

Li ascolta tutti, ma alla fine decide lui. Non poteva essere più esplicito, Matteo Salvini, entrando al vertice della Lega convocato apposta dal leader per contare amici e nemici. Anche se è difficile definire «ostile» la posizione, semplicemente diversa, incarnata da Giancarlo Giorgetti, il ministro dello Sviluppo economico che parla poco, eppure ha già detto tre cose importanti: meglio appoggiare Draghi, al governo oggi o al Quirinale domani. Meglio stare in Europa coi popolari anziché coi sovranisti. Meglio dare ascolto alle ragioni dei governatori sulla ripresa e soprattutto sulla pandemia, piuttosto che inseguire il torto degli anti-vaccino. Dunque, Giorgetti spinge per una Lega che anteponga le istituzioni alla piazza e il dovere del governare, a Roma o nelle Regioni, al diritto di fare opposizione. Non sono idee né percorsi antitetici a quelli di Salvini, che ha pur sempre fatto il ministro dell’Interno e il vicepresidente del Consiglio fino a due anni fa. Ma che, in particolare, ha portato la Lega da partito nordista con consensi modesti e calanti (periodo dell’ultimo Bossi, quasi 10 anni fa), a movimento nazionale in forte ascesa fino a diventare primo partito in Italia col 34 per cento dei voti alle Europee del 2019. Ma dal trionfo a oggi molto è cambiato e non pochi elettori si sono persi per strada. La svolta all’indietro comincia con l’addio di Salvini al governo-Conte proprio nel momento di massimo fulgore dei leghisti nella coalizione gialloverde: un harakiri senza precedenti che da allora (...) segue a PAG. 7

Stefano Valentini

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