LA CAMPAGNA

Vaccinare a casa è un segno di civiltà

Abbiamo sempre pensato che sarebbe bello se il medico di famiglia suonasse al citofono di una casa dove abita un anziano inabile a camminare, e alla domanda: «Chi è?» rispondesse: «Vaccino, aprite». La porta si apre e il vaccinatore entra. Pochi minuti dopo, eseguita l’operazione, esce. Sarebbe bello. Si tratta di un anziano ultraottantenne che non può muoversi, e senza questa visita resterebbe non vaccinato. Non vaccinato non vuol dire soltanto contagiabile, cioè che può beccarsi il virus. Vuol dire anche possibile contagiatore. Dunque il medico di base, che si reca a domicilio a eseguire una vaccinazione, fa un gesto di grande utilità sociale. Le nostre città si possono ormai dividere in due gruppi, dal punto di vista dell’assistenza sociale: quelle che fanno e quelle che non fanno le vaccinazioni a domicilio. È una questione di civiltà. È già un merito, certamente, organizzare uno o più centri vaccinali, dove i cittadini si recano a ricevere l’iniezione. Ma questi centri, dove ci si reca dopo una prenotazione, sono una Valle di Giosafat, ci trovi centinaia di carrozzine, e non è giusto che chi è in carrozzina debba far la coda. La soluzione migliore, più umana e cristiana, è la visita dell’operatore, possibilmente il medico di base, a domicilio. È un gesto che dimostra sensibilità per quei cittadini che han più bisogno. L’ideale sarebbe che tutti venissero vaccinati a casa, a tappeto. Ma sarebbe chiedere troppo. Fanno già un’operazione meritoria se vengono a casa a vaccinare gli inabili. È un esempio da imitare. È così che si avvicina l’uscita dalla pandemia.

Ferdinando Camon

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