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08.09.2019

«A Chernobyl ho visto l’inferno sulla terra»

Lo staff di tecnici italiani testimoni del disastro nucleare: tra questi anche Guido Bonetti di Carpenedolo
Lo staff di tecnici italiani testimoni del disastro nucleare: tra questi anche Guido Bonetti di Carpenedolo

Ogni volta che nel mondo si registra un incidente nucleare Guido Bonetti rivive un incubo. È accaduto anche in occasione dell’esplosione di un «motore a razzo a propellente liquido» che tre settimane fa ha provocato la morte di due persone e il ferimento di altre sei in una base militare di Severodvinsk, in Russia. L’ex tecnico industriale di Carpenedolo, oggi 70enne, era in Ucraina quando il 26 aprile del 1986 il nocciolo del reattore della centrale nucleare di Chernobyl collasso provocando il più grave disastro atomico del dopoguerra. «L’angoscia è stata la mia compagna per anni - ammette Guido Bonetti -: per dare un’idea della situazione a due mesi dall’incidente ho portato una zolla di terreno raccolta all'aperto a Sumy che dista quasi 400 chilometri da Chernobil al Cnr è presentava livelli di radioattività. Per anni ho dovuto sottoporti ad analisi della tiroide, fortunatamente, nonostante alcune anomalie, il mio sistema linfatico non è stato intaccato». ANCHE SE NON ci sono stati problemi diretti per i cittadini del nostro Paese, in quegli anni erano moltissimi gli italiani che si sono loro malgrado trovati coinvolti nell’incidente. Bonetti all’epoca si occupava di installare nelle grandi industrie meccaniche ucraine i prototipi di macchinari made in Brescia. In quel periodo faceva la spola tra i paesi della Slobožanš la regione che fa da cuscinetto tra i distretti di Sumy e Chernobyl. «In quel periodo ho vissuto la tragedia per due lunghi mesi senza poter uscire all'aperto», racconta Bonetti. In verità l’allarme venne fatto scattare con grande ritardo. «Sono venuto a conoscenza dell'esplosione da mio figlio che era in Italia, il martedì successivo nella telefonata settimanale registrata sul posto di lavoro. Eravamo terrorizzati, anche perché non avevamo molte informazioni. Così abbiamo messo alle strette l'interprete – racconta l’ex tecnico in pensione – e abbiamo saputo che 3 mila bambini erano stati evacuati da Sumy. Il resto abbiamo iniziato a vederlo nelle trasmissioni della televisione di Stato che pure mitigava la gravità della situazione». Ma forse se le informazioni fossero state diffuse con più trasparenza e celerità, il numero delle vittime sarebbe stato più contenuto. Sono stati due mesi difficili. «Ho fatto incetta di prodotti in scatola nei supermercati dietro consiglio di mio figlio, visto che la mensa in fabbrica era stata chiusa. Ci ospitava la refezione Danieli che veniva fornita dall'Italia e che era in zona per installare una mini acciaieria - ricorda Guido Bonetti -. Dalla nostra ditta abbiamo ricevuto solo sollecitazioni. Volevano che dicessimo che non c'era pericolo in modo da far arrivare, senza tentennamenti, i tecnici che dovevano completare l'installazione del tornio avvolgitubi per reattori nucleari». Ma l'incubo Č«Chernobyl» Guido Bonetti se l'è trascinato anche a Carpenedolo. «Dopo due mesi – rimarca l’ex tecnico - ho portato una zolla di terreno raccolta all'aperto a Sumy al Cnr dove mi son recato per l'analisi della tiroide. Avendo seguito i consigli medici di non sostare all'aperto, specie sotto gli alberi, ricordo che sono stati riscontrati livelli radioattivi inferiori rispetto al campione rilevati in Italia. A dimostrazione che le conseguenze della tragedia seppur in modalità ben diverse, erano giunte anche nel nostro Paese». •

Valerio Morabito
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