Ospite a Verissimo

Giancarlo Magalli racconta la sua malattia: «Sono dimagrito 24 chili»

Il conduttore è tornato in tv dopo mesi di assenza, ospite di Silvia Toffanin a Verissimo.
Giancarlo Magalli ospite di Silvia Toffanin a Verissimo (Foto Facebook @verissimo)
Giancarlo Magalli ospite di Silvia Toffanin a Verissimo (Foto Facebook @verissimo)
Giancarlo Magalli ospite di Silvia Toffanin a Verissimo (Foto Facebook @verissimo)
Giancarlo Magalli ospite di Silvia Toffanin a Verissimo (Foto Facebook @verissimo)

Dimagrito di 24 chili, Giancarlo Magalli è tornato in tv dopo mesi di assenza, ospite di Silvia Toffanin a Verissimo, e ha raccontato la sua lotta contro il linfoma. «Mi sto riprendendo un po' alla volta, sono guarito», ha spiegato il conduttore.

L'infezione e la corsa in ospedale

«Tutto è iniziato meno di un anno fa, sentivo un dolore quando andavo a letto la sera, e sono andato a fare degli accertamenti. I medici hanno visto qualcosa che non li ha convinti molto. Avevamo messo in preventivo degli ulteriori accertamenti. È successo però che ho preso un’infezione, di colpo, anche abbastanza seria. Febbre a 40, delirio. Meno male che ero a casa e c’era con me una delle mie figlie, che ha chiamato l’ambulanza. Sono stato portato in ospedale, al pronto soccorso, in autoambulanza. Sono stato curato per questa infezione. Avevo delle visioni. Facevo cose, probabilmente sotto effetto di questi farmaci, che non avrei dovuto fare. Una sera mi sono strappato i cateteri che avevo addosso. Lo dobbiamo legare a letto, hanno detto i sanitari, altrimenti ci vuole qualcuno che lo controlli».

Il linfoma alla milza, sette mesi di cure

A quel punto «è successa la prima delle cose belle in questa vicenda: le mie famiglie - ha detto Magalli, due matrimoni alle spalle - si sono mobilitate, hanno fatto dei turni di sentinella tutta la notte a vegliare su di me. Poi l’infezione è finita, ho proseguito gli accertamenti ed è venuto fuori che avevo un linfoma attorno alla milza. È un tumore, ma appartiene alla categoria dei tumori che si possono curare. Me lo hanno detto subito: si cura, ci vorrà qualche mese. In effetti ora non ce l’ho più, sono guarito. Ho ripreso le mie attività normali. Sto facendo una terapia leggera, una rifinitura. Mi è costato sette mesi fra ricoveri, a casa, fuori casa, la fisioterapia, persone che ti devono stare vicine per le iniezioni e le pasticche. Non è stato facile. Basti pensare che alle mie figlie hanno detto, appena diagnosticato: "Se si cura guarisce, se non si cura tra due mesi muore". Erano tutti terrorizzati, ma a me non l’hanno detto. Questo ha fatto sì, però, che mi accudissero con maggiore affetto e attenzione».

Il silenzio sulla malattia

Oggi Magalli si sente «bene. Non ho più problemi a camminare, a mangiare, a dormire. Non prendo più quasi nessun farmaco. Non speravo qualche mese fa di arrivare velocemente ad una conclusione così rapida». Della malattia «sapevano in pochi. Non se ne parla un po' per scaramanzia, un po' perché bisogna capire in che direzione si va». I colleghi? «Non è che si sono affollati, chi si è preso miei programmi aspettava che non mi rimettessi in piedi. Gli amici mi sono stati vicini, altri meno amici non si sono fatti vivi, ma di quelli chi se ne frega».

Il rapporto con la Rai

Quanto alla Rai, «pago il canone come tutti noi - ha risposto con ironia - e aspetto che si facciano vivi. La Rai è la Rai. Ci lavoro da più di 50 anni. La conosco bene. So bene quali sono i limiti della Rai. Quando, tempo fa, dissi che la riconoscenza non era proprio il forte della Rai ero un po' arrabbiato. Ma è anche abbastanza vero. Il fatto è che la Rai non è una persona, non è un capo con cui hai un rapporto buono o cattivo. Cambia continuamente. Ti trovi a parlare con persone diverse. Ci sono quelle che ti stimano, quelle che non ti stimano, quelle che non vedono l’ora di farti lavorare e quelle che non vedono l’ora di far lavorare un altro. Questo lo devi tenere presente come devi tenere presente, però, che è l’azienda in cui ho passato tutto la mia vita. Ho scritto a Coletta, il nostro direttore, tanto per fargli sapere che ero vivo e vegeto, che stavo bene, nella speranza che si riesca a ricostruire qualcosa. Gli converrebbe. Tutti i programmi che ho lasciato con la malattia e che hanno dato a qualcun altro sono andati così così».