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20.09.2019

«Dietro la morte improvvisa si cela un problema congenito»

Il dottor Luca Bontempi dell’èquipe di Cardiologia del Civile
Il dottor Luca Bontempi dell’èquipe di Cardiologia del Civile

Saranno gli accertamenti medico legali a stabilire se il piccolo Mohammed è morto per un arresto cardiocircolatorio o per infarto. Una differenza sostanziale: l’infarto viene provocato dalla chiusura di una coronaria, con conseguente insufficiente apporto di sangue al cuore, mentre si parla di arresto cardiaco quando il cuore si ferma. Nel primo caso il soggetto rimane cosciente, mentre in caso di arresto cardiaco il paziente perde conoscenza. «LE CAUSE ALL’ORIGINE di un arresto cardiaco possono essere molteplici - spiega il dottor Luca Bontempi dell’équipe di Cardiologia dell’ospedale Civile di Brescia - e in età pediatrica la più frequente è l’aritmia. Più raramente si tratta di un evento ischemico legato ad anomalie coronariche. Il bambino di Roncadelle, secondo quanto ho sentito, aveva già avuto problemi in passato. Questo porta a pensare ad un disturbo congenito. Ecco perché sarebbe necessario sottoporre ad esami anche i genitori o gli eventuali fratelli». La prevenzione insomma è decisiva. «Le morti per arresto cardiocircolatorio in età pediatrica rimangono fortunatamente eventi rari - sottolinea il dottor Bontempi -, ma sono segnali importanti che meriterebbero più attenzione. La morte cardiaca improvvisa e inaspettata, al momento dell’evento non è spiegata. Basterebbe uno screening cardiologico in età infantile, attraverso elettrocardiogrammi obbligatori o test da sforzo. Servirebbero a segnalare anche piccoli cambiamenti e a prevenire i casi estremi di decesso». L’aritmia cardiaca è una forma responsabile per esempio dei morti sul campi sportivi, insieme alla sindrome di Brugada, ancora misconosciuta, potenzialmente letale e caratterizzata da un’alterazione del sistema elettrico del cuore. Chi la presenta ha un rischio aumentato di aritmia ventricolare e di morte improvvisa per aritmia. «A LIVELLO AGONISTICO spesso i controlli non sono sufficienti: generalmente è il medico sportivo che dà l’idoneità all’attività sportiva, senza coinvolgere il cardiologo se non di fronte ad eventi manifesti - conclude il dottor Luca Bontempi -. Ma i casi più recenti hanno fatto alzare le antenne: l’Italia è il Paese dove c’è il maggior controllo sugli atleti, ma quello che si fa non è ancora del tutto sufficiente». •

Cinzia Reboni
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