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23.03.2018

MarteS, la grande
bellezza
ha trovato casa

«Ero ancora bambino quando mio padre mi portò a Venezia. La meraviglia fu grande, il ricordo si fissò indelebile. Quello che ho realizzato oggi penso gli farebbe piacere». Così scriveva Luciano Sorlini nel 2005 sul catalogo della mostra al museo Correr di Venezia «Da Bellini a Tiepolo», cinquanta capolavori provenienti dalla sua collezione. «Era una sorta di prova generale per questo museo», ha sottolineato ieri Gabriella Belli, direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, presente alla presentazione del MarteS, il Museo d’arte Sorlini. Ed è quello che oggi ripete Stefano Sorlini, figlio di Luciano e presidente della Fondazione: «Penso che mio padre sarebbe fiero di quello che noi figli e nipoti abbiamo realizzato oggi. Un museo fruibile da tutti, vivo, e non solo una bella scatola dove custodire i tesori». MarteS - una «casa museo» la giusta definizione di Stefano Lusardi, conservatore e curatore del percorso espositivo - è il palazzo seicentesco che domina piazza Roma di Carzago, frazione di Calvagese. Sotto il portico i busti di Antonio e Stefano Sorlini, rispettivamente padre e zio di Luciano: al centro del brolo la scultura di bronzo raffigurante Marte, opera di Federico Severino.

IN QUESTO PALAZZO - sorto per la famiglia Buzzoni, passato poi ai nobili Bruni Conter dai quali Sorlini lo acquistò avviando una radicale opera di restauro - la Collezione è andata incrementandosi progressivamente negli anni. «Le opere d’arte acquistate da mio padre venivano disposte con grande attenzione negli ambienti in cui viveva. Quando tornava da Venezia con un nuovo quadro, lo teneva in camera da letto qualche giorno per “studiarlo“, prima di focalizzare il punto giusto della casa in cui collocarlo: dalle tele di Longhi nel salottino a “Leda e il cigno“, uno dei suoi dipinti preferiti, appeso dietro la sua scrivania. Il filo conduttore che seguì nostro padre in ogni sua scelta fu la bellezza nelle sue varie declinazioni - sottolinea Stefano Sorlini -. Non sceglieva le opere per la fama del pittore, ma semplicemente perchè gli piacevano». Perchè Luciano, prima ancora che collezionista, era un amante dell’arte nell’accezione più ampia del termine. Ultimo di cinque figli di una famiglia originaria della Valcamonica, a 18 anni venne fatto prigioniero a Cassino e portato in un campo di concentramento negli Stati Uniti. Tornato a casa, Luciano si staccò ben presto dall’attività di famiglia, specializzata nel recupero di materiale bellico per la produzione di materiale esplosivo per uso civile e militare. Nel 1960 aprì il suo stabilimento a Calvagese. «In quegli anni - spiega il figlio Stefano - il mercato era florido, e non solo per l’edilizia ma anche per i grandi lavori di ingegneria civile. Fu così che mio padre decise di aprire Explo, occupandosi esclusivamente di materiale esplosivo ad uso civile». Una chiara scelta di vita. Fatto sta che quella fu la prima azienda del paese, il suo primo legame con Calvagese. Dove nel 1988 acquistò il palazzo ora sede del MarteS. Ma prima ancora che appassionato collezionista d’arte, Luciano fu «stregato» dal volo. «Sin da ragazzo aveva partecipato ai corsi di aeromodellismo tenuti dalla Reale Unione Nazionale Aeronautica - spiega Stefano -. Conseguì il brevetto nel 1952 e nel 1956 ottenne, primo pilota civile non professionista in Italia, l’abilitazione al volo strumentale, che consente di volare in assenza di visibilità. Nei primi anni Ottanta fondò la società specializzata nel restauro e manutenzione di aeromobili». Azienda portata avanti ancora oggi dalla figlia Silvia, e suddivisa nei settori aviazione generale e sportiva - destinata prevalentemente alle attività di privati e di aeroclub - e all’aviosuperficie di Carzago. La passione per l’arte arrivò intorno agli anni Settanta, quando Luciano Sorlini cominciò a frequentare il Veneto, e Venezia in particolare. Negli anni aumentarono progressivamente gli acquisti: il numero e la qualità dei dipinti diventò importante, tanto che Sorlini - scomparso nel 2015 - sentì il dovere di dare continuità alla propria collezione, provvedendo a tutelarne l’insieme.

«LA COLLEZIONE è sempre stata fruibile dal pubblico. Veniva aperta sporadicamente o su prenotazione. Ma mio padre era molto geloso del suo “tesoro“, ogni volta era come se perdesse qualcosa», spiega Stefano. Ma nel 2000 nasce la Fondazione. «Abbiamo capito che un tale patrimonio non poteva restare chiuso in quattro mura. La cultura fa bene al mondo, e l’arte è un bene che deve essere messo a disposizione di tutti». Nel 2016 si fa strada l’idea del MarteS, «ed oggi è realtà - commenta Stefano con orgoglio -. É stato un po’ complicato il trasferimento dei dipinti da Venezia a Calvagese, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Oggi le 183 opere sono distribuite su una superficie di circa mille metri quadrati, per raccontare una storia di passione per l’arte lunga mezzo secolo. Il MarteS - continua il presidente della Fondazione - dovrà essere un museo aperto, fruibile, ma soprattutto “vivo“. Il nostro punto di riferimento è un museo di respiro internazionale, dove l’esposizione è il cuore, ma non il tutto. L’attenzione verso i giovani sarà ulteriormente sviluppata: i ragazzi potranno venire a studiare in biblioteca, ci saranno percorsi didattici e laboratori, sono già stati presi degli accordi con le scuole gardesane per il coinvolgimento degli studenti nell’alternanza scuola-lavoro». Tra i progetti anche un ristorante - «è in corso una trattativa con un importante imprenditore bresciano», anticipa Sorlini -, una caffetteria e una biblioteca aperta a tutti. Non solo. Il MarteS ospiterà anche l’atelier di Alberto Zambelli, che qualche anno fa ha fondato proprio con Stefano Sorlini il marchio Tychemos, con abiti ispirati alle opere dell’arte veneta presenti in collezione. Un’idea finita in un cassetto, ma chissà... «Tutta l’area diventerà una zona pulsante e viva - spiega Sorlini -, perchè anche attraverso il bello si eleva la qualità sociale. Vogliamo continuare a far vivere la passione di nostro padre». Che alla richiesta di aprire la sua Collezione a Venezia, anni fa, rispose deciso: «Il museo si fa qui a Calvagese, non sul Canal Grande».

Cinzia Reboni
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