«Cinghiali, si ascolti la scienza»

Il caso  cinghiali in Tribunale
Il caso cinghiali in Tribunale

«Per una volta è stata la scienza, non la demagogia e la disinformazione finalizzate al consenso politico, a tenere banco nell’udienza speciale di un processo penale sicuramente singolare: quello a carico di 8 funzionari ed ex funzionari della Provincia di Brescia e della Regione Lombardia sulle più che censurabili campagne di controllo del cinghiale nel Bresciano». Lega per l’abolizione della Caccia e Lega antivivisezione esordiscono così commentando un passaggio, avvenuto mercoledì, di un procedimento che potrebbe aprire precedenti importanti. Le due associazioni ricordano che «in Tribunale a Brescia è arrivato il turno della relazione del professor Andrea Mazzatenta, docente di Psicobiologia e Psicologia animale e insegnante della Scuola di specializzazione in Fisiologia e Fisiopatologia della riproduzione della facoltà di Medicina veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo. Un esperto nominato consulente tecnico dalla Lega per l’abolizione della caccia e dalla Lega antivivisezione che si sono costituite parti civili nel procedimento». In questo procedimento, i funzionari pubblici citati in apertura sono accusati a vario titolo di peculato, per la presunta appropriazione di capi di fauna selvatica le cui carni non venivano messe all’asta ma finivano vendute sui tavoli delle sagre, di smaltimento indebito di carcasse e di inquinamento. Tornando all’udienza e «venendo alla scienza, il consulente tecnico ha motivato l’esistenza di un danno ambientale derivante dalle campagne di contenimento. Un danno rappresentato da un aumento esponenziale dei capi in circolazione come effetto paradossale, ma tecnicamente accertato, proprio dei piani di abbattimento». «In sintesi - proseguono Lac e Lav -, come ha ricordato Mazzatenta, anche nel Bresciano i metodi di contenimento ecologici previsti come prioritari dalla legge nazionale 157 del ’92 e dalle prescrizioni dell’Ispra non sono neppure stati presi in considerazione, privilegiando scelte che non hanno tenuto conto dell’etologia del cinghiale e delle dinamiche demografiche della specie. L’attività venatoria, ha affermato l’esperto, non è uno strumento di gestione perché chi spara lo fa alla cieca, eliminando esemplari senza alcuna discriminazione sul loro ruolo riproduttivo. Così, oltre a frammentare clan familiari altrimenti stabili, si facilita solo la riproduzione dei capi più giovani moltiplicando appunto la capacità di diffusione della specie». Sono stati ricordati anche altri effetti della persecuzione: «Gli spostamenti degli animali verso aree protette e urbanizzate nelle quali non si caccia, l’incremento del consumo delle risorse alimentari e la compromissione della biodiversità». Il processo proseguirà (in settembre) e Lav e Lac si aspettano che «le ragioni scientifiche prevalgano sulla tendenza a ridurre una presunta emergenza creata ad arte con metodi inefficaci e cruenti, e che si possa scrivere una pagina giudiziaria a partire da certezze e non da luoghi comuni».•.

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