IL VERO QUESITO

Quanta ruggine c'è su questo strumento

di Alberto Bollis

Cinque quesiti uno più tecnico dell’altro, sorretti senza convinzione dai partiti e pubblicizzati timidamente dai media nel bel mezzo di una crisi bellica ed economica epocale, e di conseguenza nel totale disinteresse dell’opinione pubblica. Con un’intera, potente, categoria impegnata tutto sommato e soprattutto a mantenere lo status quo, mentre il governo sta a fatica lavorando a una riforma (richiesta in maniera pressante dall’Unione europea, mica per lodevole iniziativa) che – se approvata - dovrebbe parzialmente incidere proprio sul vitale settore oggetto della consultazione popolare, la giustizia. C’è da chiedersi se, tra tutti i circa sessanta milioni di italiani quanti siamo, ci sia qualcuno che si possa dire stupito di fronte all’umiliante fallimento di questa tornata referendaria: non prendiamoci in giro.

Non è la prima volta che accade, non sarà l’ultima. A furia di dài e dài, si è riusciti a trasformare un prezioso strumento di democrazia diretta nell’ectoplasma un po’ ridicolo della partecipazione popolare, licenziato dagli addetti ai lavori con un’alzata di spalle e considerato inutile, anzi fastidioso orpello dalla grande maggioranza del corpo elettorale.

Dovessimo essere costretti a indicare i “colpevoli” di questo storico fallimento, stavolta la tentazione istintiva sarebbe quella di puntare il dito contro i proponenti. Che però, in realtà, hanno sì responsabilità, ma limitate: ci credessero fin dall’inizio davvero o meno, hanno comunque rispettato quanto loro richiesto dal dettato costituzionale, mobilitato i Consigli regionali a guida leghista, raccolto firme, superato blocchi e passaggi istituzionali, compiuto tutti i passi che permettono di arrivare all’indizione della consultazione: insomma, hanno fatto il loro “dovere”.

Ciò che invece con tutta evidenza non va è lo strumento in sé, soprattutto se utilizzato dalla politica in maniera impropria. E allora che fare? Si dovrebbe avere il coraggio di ammettere che il referendum abrogativo è per molti versi un dispositivo arrugginito, poco comprensibile ai più, facile da boicottare; e ci si dovrebbe rivolgere in maniera convinta e compatta a una forma propositiva, ora non prevista dalla Costituzione, che metta alle strette il Parlamento e lo costringa a legiferare. Ma, ahimè, si tratterebbe di agire, modificandola, sulla Legge fondamentale dello Stato. Ed essendo la nostra Carta rigida, le speranze di poterla ritoccare (in meglio, ovvio) sono sempre ridotte al lumicino, anche quando le intenzioni sono le più alte e ammirevoli. Figurarsi poi in quest’ultimo scorcio di caotica legislatura. Ne riparleremo fra un anno, dopo il rinnovo del Parlamento? Franchezza per franchezza, ci crediamo poco.