INTERVISTA

Jean-Luc Stote

«Il rilancio passa dalla cultura e da Brescia»
Nato a Nancy il 20 luglio 1953, Jean-Luc Stote trasmette musica dai tempi delle prime radio libere RENATO CORSINI
Nato a Nancy il 20 luglio 1953, Jean-Luc Stote trasmette musica dai tempi delle prime radio libere RENATO CORSINI

Scherzava, quando diceva di essere andato in pensione. Gli anni passano e i tempi cambiano, ma Jean-Luc Stote è giovane & ribelle nel cuore. Quindi, per sempre. In direzione ostinata e contraria al punto che alla fine sono state le istituzioni ad allinearsi e affiancarlo. È così che un dj francese bresciano adottivo oggi è felice «di portare in alto il nome di questa città, dimostrando quanto ha da esprimere in ambito culturale». La sua grande scommessa vinta si chiama Festa della Musica. Nata nel 2014, saltata l'anno scorso per la pandemia, ritorna il 19 giugno in una nuova formula virtuale e hi-tech. Per le iscrizioni c'è tempo fino al 7 giugno. «Esistiamo ancora, pur con tutte le restrizioni, anche se la vera Festa riempiva le piazze e speriamo che possa tornare a farlo l'anno prossimo. L'Associazione che la promuove comunque è rimasta attiva anche in lockdown: la Settimana sulla canzone d'autore francese per esempio ha fatto centro, ha conquistato Milano e andrà in onda sulla tv svizzera».

Brescia varca i confini: aveva in mente questo quando si batteva perché nascesse la Festa della Musica?
Ho insistito trent'anni per importare qui la «Fête de la Musique». Decisivo l'incontro con Laura Castelletti a Radio Onda d'Urto: «Presenta il progetto al Comune», mi invitò da assessore alla Cultura. L'ho fatto ed è partito tutto.

Cosa ricorda della prima edizione?
«Se si iscrivono in 100 è un successo», mi disse Laura. Io puntavo almeno a 200. Si iscrissero in 400. L'impatto di Brescia ha fatto scuola in Italia. Band bergamasche si rivolgevano a noi anche perché ci siamo organizzati bene da subito. Alle B. Goode una volta ha provato a partecipare ad Arco di Trento: gli hanno chiesto di portarsi l'impianto... Abbiamo vinto battaglie a livello nazionale, ottenendo di poter organizzare la Festa di sabato anche quando non coincide con il 21. Abbiamo inventato la Festa della Musica per le scuole. Mi riempie di gioia pensare che grazie alla Festa tanta gente ha imparato a organizzare un palco, si è strutturata, ha formato una sua associazione. Sogno per il 2023, quando Brescia sarà Capitale della Cultura, una manifestazione dedicata alle musiche tradizionali italiane, come il liscio per esempio: in Francia c'è Les Francofolies e funziona alla grande.

La cultura come veicolo di rilancio?
In Francia lo è da tempo.

Francia, casa, scuola: com'è comparsa la musica?
Mio padre ascoltava Brassens, ma lo ricordo fumare la pipa ascoltando Paolo Conte. Ho fatto il classico, che lì è il liceo degli scansafatiche, in una classe di 5 ragazzi e 27 ragazze: interessante. I miei amici sono diventati uno regista di cortometraggi e del Grande Fratello, l'altro direttore di un telegiornale nazionale, l'altro ancora il critico rock per eccellenza. Il quarto era un secchione e basta... e il quinto ero io.

Com'è arrivato in Italia?
Ho incontrato una compagnia di teatro bergamasca che girava tanto in Francia. «Vuoi venire con noi?». Ho detto sì. Costruivi lo spettacolo, recitavi, ti mettevi in gioco: era bello. Nel 1972 li ho seguiti fino a Bergamo. Ricordo l'arrivo, era il 25 luglio e a fine agosto, col mio primo magro stipendio da teatrante, entravo in un negozio di dischi a spenderlo fra Lou Reed, Velvet Underground, Janis Joplin e Jefferson Airplane. Ero seduto al bar a rimirare i miei dischi quando un tipo zoppicante in un francese improbabile si complimentò per gli acquisti e mi invitò a sentirlo suonare col suo gruppo. Era il Titta Colleoni, un talento che ha collaborato con Dalla e Bennato e che con i suoi PerDio non pubblicò un disco già pronto pur di non accettare il compromesso di cambiare nome alla band. Fu a casa del Titta, a Suisio, che conobbi Claudio Rocchi e Franco Battiato.

Com'era Battiato ragazzo?
Sul lavoro sempre serissimo, perché voleva comunicare nel modo migliore quello che aveva in testa. Nella vita di tutti i giorni con lui mi sono fatto risate infinite. Nel '75 l'ho accompagnato come tour manager in Francia: concerti storici, Battiato apriva a Nico e John Cale. Il roadie olandese era sbronzo marcio, io non avevo la patente e così il furgone doveva guidarlo Franco: Parigi-Saint Etienne son 600 chilometri... Uomo e artista raro, Franco. Sensibile, elegante, raffinato. Sapeva incuriosire.

Oggi chi la incuriosisce in Italia?
Vasco Brondi. È diverso dagli altri.

Torniamo alla Francia di allora. Come finisce in carcere?
Obiettore totale. Ci fu una campagna per la mia liberazione, Battiato e Marco Pannella vennero a testimoniare. Ma alla fine sono rimasto dentro dal primo febbraio 1976 al 5 novembre 1977. Tenevo duro ascoltando i Sex Pistols. Charlie Hebdo mi dedicò una copertina perché ero stato accusato anche di tentare di demoralizzare l'esercito francese.

Uscito da quell'incubo, approda a Brescia.
Titta era sparito, Battiato in Sicilia, la mia morosa bresciana. Sono venuto qui e mi son dato alle radio: Popolare, poi l'Altra Radio, nata come progetto di Bresciaoggi quando era una cooperativa nel '75. Per Bresciaoggi ho anche collaborato a «Music box». Di quel periodo ricordo i problemi che avevo dovuto affrontare perché trasmettevo i Sex Pistols: scoprii che in Italia erano considerati roba da fascisti. Ma io adoravo il punk e la mia prima trasmissione nel '78 era PCB, Punk Cake Bananizzato. Un omaggio ai Velvet Underground per il programma più velenoso dell'etere bresciano.

PCB fa pensare anche a qualcos'altro.
Da corrispondente per Liberation scrissi che a Brescia c'era una ditta che altro che Seveso, quanto a inquinamento. Il mio articolo fu tradotto su Internazionale. Ovviamente ebbi problemi anche in quel caso: per il sindacato mettevo a repentaglio posti di lavoro.

La grande passione è rimasta la radio.
Sì. Dopo Radio Azzurra, Radio Punto Nord, Radio Montecarlo Brescia e Radio Brescia Popolare, nel 2005 sono arrivato a Radio Onda d'Urto. La chiamata mi stupì: ero sempre stato considerato il nemico, quello che voleva fare la pila con la musica. Invece pensavo che chi lavora dev'essere pagato, tutto qui. A Radio Onda d'Urto è sempre filato tutto liscio: libertà assoluta di fare informazione musicale in una radio che fa informazione politica. Mi sento a casa, anche se ho rallentato un po' due anni fa trasmetto ancora. In tutto ho fatto qualcosa come 5 mila interviste.

Ha fatto anche ballare qualche generazione, dal Monamì alla Latteria Molloy.
Il primo dj set a Lonato nell'80, a dicembre, dopo la morte di John Lennon. Dal Versilia sono passato al Qasar di Borgosatollo: la domenica pomeriggio si scatenava un pogo d'inferno e arrivavano i carabinieri. Poi a Gambara col Monamì ho sdoganato new wave, dark e rock.

Se la sua vita fosse una canzone?
«Jumpin' Jack Flash» dei Rolling Stones.

In quale artista si reincarnerebbe?
Prince. Che era un po' James Brown, un po' Jimi Hendrix, un po' Sly Stone. Un genio capace di spaziare dal blues al funk al rock.

Il rock è morto, il rock è vivo, il rock si prende la rivincita con i Maneskin, anzi i Maneskin non sono rock...La sua opinione?
Il rock per tanto tempo ha veicolato qualcosa di importante, di sociale. Quella carica l'ha persa dai tempi del grunge: è diventato un genere. Ora i giovani esprimono il loro disagio con l'hip-hop. Qualche volta col blues..

Gianpaolo Laffranchi