TRIBUNALE

Maltrattate per indurle al matrimonio combinato. Parla una delle sorelle pakistane: «Venivamo picchiate. Mi sentivo in pericolo»

Una vicenda fatta emergere da Bresciaoggi nell'agosto del 2019 dopo che le quattro ragazze si erano presentate in Poliambulanza
Per la ragazza, la minaccia di finire come Sana Cheema
Per la ragazza, la minaccia di finire come Sana Cheema

Una storia di percosse, di un matrimonio che sarebbe stato imposto e di minacce pesantissime. È quella che è stata riferita ieri da una delle presunte vittime, in tribunale a Brescia. Una storia non nuova alle cronache dal momento che nell’estate di due anni fa Bresciaoggi l’aveva fatta emergere. Ma ieri quelle violenze sono state riferite in un’aula di tribunale, da una delle parti offese. Sono quattro sorelle pakistane e in una sera d’agosto del 2019 dopo essere state alla Poliambulanza avevano raccontato di quanto avrebbero subito. Ora, nei confronti dei genitori e del fratello è aperto un processo per maltrattamenti in famiglia e tentata induzione al matrimonio. Ieri in aula è stata sentita una di loro e ne è uscita , appunto, una vicenda inquietante, pesantissima. Parlando dei genitori la giovane ha riferito: «C’era stato un litigio e dopo ci hanno detto che ci avrebbero mandate tutte in Pakistan. Che la scuola ci aveva influenzato in modo negativo, che bisognava riprendere in mano la situazione». Ha risposto affermativamente al pm Erica Battaglia quando le ha chiesto se questo fosse solo l’ultimo di una serie di episodi. E un «sì» c’è stato anche quando le è stato chiesto se i matrimoni combinati rientrassero nella cultura del Pakistan e se quello della madre fosse stato combinato. «Quando avevo 16,17 anni - ha aggiunto - hanno cominciato a dirci che ci sarebbe stato il matrimonio combinato. E quando le cose hanno iniziato a muoversi mi sono rivolta alla Casa delle donne. Poi non ho fatto la denuncia perché avrei dovuto lasciare le mie sorelle». E sempre sul matrimonio ha detto: «I miei genitori si stavano attivando per trovare l’uomo più conveniente, uno che non accettasse la dote, ma un visto per l’Europa». Ha quindi raccontato di quando doveva «far fare le preghiere alle sorelle, cinque volte al giorno a partire dalle quattro del mattino». Non ha avuto esitazione a dichiarare d’essersi sentita in pericolo più volte, le percosse venivano classificate come incidenti domestici. Quindi la «minaccia di fare la fine di quella ragazza che si era ribellata». Poco dopo, in aula, un momento di commozione, pensando a una parente che «veniva umiliata». E il ricordo di quando in Pakistan davanti a lei «uccidevano l’agnello, al punto che non riusciva più a mangiarlo». Per lei ora quali prospettive? «L’affido delle mie sorelle - ha chiuso la deposizione - e un lavoro a tempo indeterminato»•.

Mario Pari

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