L'INTERVISTA

Francesco Braghini

di Gian Paolo Laffranchi
«Il dialetto è morto. Forse... Ma io lo canterò sempre»

Come si può arrivare alle soglie dei novant'anni. Francesco Braghini un traguardo da raggiungere: chitarra e bicicletta, la gioia nel cuore e quegli occhi che mandano lampi come quand'era ragazzo. Le passioni, «le stesse di allora»: la musica, la poesia, la vita.A casa sua, al villaggio Prealpino, ha fatto incorniciare la pagina scritta da Gian Battista Muzzi che «Bresciaoggi» gli dedicò il 12 febbraio 2007. Braghini è il simbolo vivente della canzone in dialetto bresciano. Niente male per chi è cresciuto durante la guerra in una famiglia numerosa.

Bresciano di città. Se ripensa alla sua infanzia?
Stavamo a porta Milano, nel quartiere popolare Mazzucchelli. Ero il sesto di 12 fratelli. Papà del 1892, impiegato alle poste. Mamma del 1902, casalinga.

Ha iniziato a suonare presto?
Macché! Ho sempre avuto la passione della musica, ma in casa non c'erano strumenti. Eravamo poveri. Una volta davanti ai frati di via Milano estraevano a sorte un piffero: provai a vincerlo, niente da fare. Finché nel 1952 un mio amico scout mi prestò la chitarra che non usava mai.

Amore a prima vista?
Assolutamente. In 2 giorni l'avevo sistemata e fatta mia imparando i primi accordi. Che gioia! Prima avevo anche provato a fabbricarmene una in casa, di legno. Invano. Ma in famiglia cantavamo sempre. Papà era stato regista teatrale, aveva fondato la compagnia «Arte per la vita». Si chiamava Oddone, era nato a Ravenna. Mamma bresciana: Angelina detta Elina Beltrami. Babbo parlava il ravennate solo con sua sorella. Io ascoltavo tutto, ero curioso. Quando ho iniziato la prima elementare sapevo già leggere.

Non dev'essere stato facile studiare durante la guerra.
Difatti. Siamo stati sfollati un po' a Prestine e un po' a Botticino, andavo alle medie alla «Carlo Alberto» in corso Matteotti ma da quando siamo stati mitragliati soto 'l tramì de Santafèmia non sono più andato a scuola. Ero in seconda. Sono andato a conoscere il mondo dei contadini, le loro storie. Ho lavorato alla Breda come attrezzista, poi come telefonista alla Stipel dove ho conosciuta quella che è diventata mia moglie. Nel frattempo mi sono rimesso a studiare da privatista, mi sono diplomato e ho fatto il maestro. Insegnavo lettere: 11 anni di scuola elementare, 16 alle medie, 3 nelle carceri.

Dove si è trovato meglio?
Dappertutto, e in carcere fra il '56 e il '59 mi sono commosso tante volte. Mi ha temprato. Ma le elementari danno soddisfazioni. Meno le medie: i gnari non è che impazziscano dalla voglia di studiare.

Lei invece gli studi ha fortemente voluto portarli a termine.
Ho frequentato l'università Cattolica a Milano, ma lì regnava un autoritarismo che non potevo sopportare e sono andato a Torino, dove mi ha accolto il rettore: «Hai già pranzato, posso offrirti un Aperol?». Non mi pareva vero.

Ha accettato.
Certo! Era quasi mezzodì. Si chiamava Mazzantini. Esami finiti al volo. Ho ottenuto, dopo tanto impegno, quello che volevo da sempre. Imparare è sempre stata la cosa che mi piaceva di più.

Come ha imparato a fare il cantastorie? Con le sue canzoni è arrivato in radio e in televisione, ha scritto libri e spettacoli.
Devo sempre dire grazie a Giovanni Scandolara, che mi prestò la sua chitarra. La suonavo e cantavo con Giulio Almici alla fisarmonica e Beppe Foglia al violino. Canzoni popolari, abbiamo cominciato dai ricoveri. Gli anziani si divertivano un mondo. Ho pensato al dialetto perché mi ha sempre appassionato. Le parole, i proverbi. La canzone italiana nasce a Napoli, i milanesi hanno capito il concetto e l'hanno fatto loro; io ho pensato che anche noi bresciani avessimo le storie da cantare nella nostra lingua.

La prima cassetta è del 1980: «Brèsa me bèla cità». Un inno. Poi sono arrivate «Brèsa scundida», «Le stórie del nóno», «Dialèt mia mörer», «Enturen al Gölem». Le sue canzoni dimostrano che il bresciano è un dialetto eclettico. Si sarebbe aspettato un successo così duraturo?
No. Ma ricordo come fosse oggi, nell'ottobre del '60, quando cantai per la prima volta «Brèsa me bèla cità» a una riunione di tutti maestri. Il riscontro fu tale che da allora non ho mai smesso di fare canzoni in dialetto.

Nessuno lo faceva prima. Il suo esempio poi è stato seguito da Palcogiovani e da tanti cantautori: dai Cinelli a Dellino Farmer, passando per Daniele Gozzetti.
Eh, loro sono bravi. Per esempio un chitarrista come Gozzetti suona sul serio, è bravo davvero! Io me la cavo. Certo, avessi cantato in italiano sarebbe stata un'altra cosa. Avevo cominciato a farlo col mio amico Tullio Romano, l'autore di «Angelita» e «Sei diventata nera»: guadagnava quasi 2 milioni di lire al mese in diritti d'autore, sessant'anni fa. «Ciao ciao bambina», per capirci, a Domenica Modugno in 6 mesi aveva fruttato un miliardo e 600 milioni. Io però un lavoro ce l'avevo e mi veniva spontaneo comporre in dialetto. Le mie sono canzoni di vita vissuta.

Simbolo della brescianità: come sta la lingua della nostra terra, nel 2021?
Lo amo e lo canterò sempre, anche se forse oggi il dialetto è morto. Lo parlano i cinquanta-sessantenni come i miei figli: Michele del 1962, Paolo del 1965, Elisa 1957. Io mi rivolgo in bresciano a mia moglie Ernesta, ma lei mi risponde in italiano. Pensare che a casa sua parlava in dialetto. A casa mia invece era vietato. Guai, mia mamma non voleva: «Così parlano i contadini!». Io ho imparato all'oratorio, in cortile.

Ha appena preso parte a «Umarèll. Dal cantiere al dizionario Zingarelli. Dalle strade bolognesi alla via Milano bresciana», per la rassegna Barfly. È fra le voci di «Radio Fontane», il documentario di Elia Moutamid alla riscoperta di Fiumicello. Che idea si è fatto del recupero di questa parte della città?
Il recupero è in atto ed è importante. È ancora simile a ciò che è stata in passato, via Milano. Fiumicello è un fenomeno incredibile: c'era gente di tutte le bande, neanche si usmavano... L'Om ha incorporato tanto di quello che c'era, si è salvata una santella.

Dove ha abitato in città, prima di trasferirsi al Villaggio Prealpino?
Trentasei anni in piazza del Foro. Magnifico. Ora il centro storico è più bello, ma più vuoto perché raggiungerlo in auto è quasi impossibile.

Lei però gira in bici.
Certo. Di questo passo sarò il più vecchio bresciano ad andare in bicicletta: a settembre son 90! Voglio arrivarci così. In bici.

Mai presa la patente?
Nel '63, quando ho cominciato a fare l'autista di don Antonio Fappani. Dirigeva «La voce del popolo» e cercava un assistente per il settore scout: mi sono offerto. Fotografo, correttore di bozze, l'ho aiutato nei suoi libri, accompagnandolo all'archivio storico di Venezia, a Verona. Gli davo del lei, sempre.

La sua canzone preferita?
«'O sole mio». Le canzoni napoletane, ma anche quelle milanesi. La tradizione. Le storie. Ho scritto un libro sulla mia vita e ogni vita può essere una canzone. Può essere musica: come il canto della biscia d'acqua che io e mio fratello Emanuele sentimmo un giorno mentre facevamo il bagno vicino a Botticino.

Sono giorni di ritrovato amore per il calcio in Italia grazie agli Europei. Da ragazzo lei giocava a pallone?
Certo. Tanto. Ero un mediano, ma ho fatto anche il portiere perché per quello non servivano le scarpe. Amavo il Grande Torino. Tifoso no, non lo sono stato mai. Gioisco per le imprese, amo lo sport.

Esulta anche per Brescia capitale della cultura nel 2023?
Sì, perché è una bella occasione per il dialetto. La nostra cultura, anche le nostre differenze: noi bresciani diciamo nént, i bergamaschi negòt, «neanche una goccia». In città non aspiriamo le «s», a Palazzolo sì. Da Darfo fino a Cedegolo si parla in un certo modo, Lumezzane fa storia a sé con le sue famiglie venute dalla Valsabbia... E via così, nella nostra provincia. C'è tutto un mondo che merita di essere raccontato.